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LA GERMINAZIONE

Dimitar Atanassov

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Ho dissipato trentacinque anni. Sono passati così, senza accorgermene... Ho vissuto abbastanza nella grande città, ormai dico "grazie"! Non ho avuto un gran che - un appartamento, diventato stretto quando i bambini sono cresciuti. L'ho lasciato loro. Con la professione d'insegnante anche volendo lasciare dell'altro, non sarebbe stato qualcosa di diverso dai suggerimenti e dai consigli; loro, invece, è da molto che non ne hanno bisogno. All'uomo si deve assicurare l'educazione, poi la libertà; riconosco questa pedagogia.

Ho insegnato storia per circa due terzi della mia vita placida.

Di recente sono stato pensionato e sono addormentato a questa scienza. Da due mesi con la moglie stiamo in campagna. Non ho avuto molto da fare, ho riparato la casa di mio padre. Sono contento di non averla venduta come insisteva mio figlio. Sono andato a cercarvi la quiete ma è risultato che neanche la quiete esiste. La gente m'aveva dimenticato. Prima, quando venivo, c'era gente da salutare. Ora non c'è nessuno. Il contadino, se sei suo ospite, ti accoglierà come si deve, ma guai se diventi suo vicino. Cambia immediatamente, diventa diffidente e sospettoso. Ci vogliono molti anni perchè lui si fidi di te, perchè ti valuti.

Se non capisci di agricoltura, lui ti guarda dall'alto, ti prende in giro. Ora, il contadino è chiuso atrocemente in se stesso, un po' astioso e solitario, mi sembra. Apre la sua anima solo quando lo visitano i figli ed i nipoti della città, riempie di roba i bagagliai delle auto quando partono e ancora più atrocemente si chiude in se. Neanche il villaggio ferve di vita, non c'è niente di simile, se mi guardo attorno, vedo che noi due siamo i più giovani.

Quell’atteggiamento della gente non me lo prendo a cuore. Prati, boschi, selvaggina, basta che l'anima tua sia aperta. I pozzi e le fontane sono gli stessi, i boschi sono ancora più vergini, l'erba ancor più rigogliosa, e tutto è un sogno verde in cui simili ai bambini errano i venti vecchi e meritevoli...

Non mi trattengo a casa. Giro in bicicletta come in quegli anni matti quando l'età significava speranza e perfino impetuosità...

Prendo la via per la Germinazione. La località si trova a qualche ora di cammino a sud del lago. Vado su una via contadina, usata dalle macchine agricole e dai pastori quando trasferiscono il bestiame agli ovili estivi. Si vede bene che la primavera non è stata piovosa, le strade battute sono relativamente buone e accessibili anche per automobili. Vicino al lago passa lo stradone che porta in città, è naturale che l'automobile prefirisca l'asfalto, mentre le strade del paese per via del rarissimo uso, s'inerbiscono. E' piacevole in questi luoghi. Il tappeto verde della strada è tagliato in lunghezza da due strisce di terra chiara e battuta che qua e là si perde fra le erbe. Nel mezzo della strada c'è vegetazione, ai lati - lo stesso. Se ti capita di osservare da lontano un uomo in bicicletta, quest'ultima non si vede, solo l'uomo, dalla vita in su, che fende l'aria sulla campagna verde. E ti sembra che somigli a un uccello di volo radente che spia dove e quale insetto si è posato sull'erba, per ucciderlo. Il corvo blu quando gira sul maggese fresco ha la stessa volata. La strada si perde in avanti, tu guardi di non pestare qualche biacco giallo, giacente al sole, o fagiano, o pernice spaventati dal tintinnio dei parafanghi; passa per qualche bosco di acacie dove puoi fermarti all'ombra, se poco prima è caduta la pioggia - raccogliere dei funghi, perché se non riesci a pescare, la moglie non avrà niente da cucinare. Queste zone vegetali prendono spazi grandi e sono state rimboschite negli anni cinquanta, se no anche prima. Servono di esca alla pioggia, trattengono l'umidità e fanno l'ombra per il bestiame e per la gente nelle pianure enormi di terra coltivata e pascoli. Fra le acacie incontrerai anche qualche albero fruttifero - molte volte - prugno ed anche pero selvaggio, incontrerai tartarughe o conigli; i cacciatori dicono che le volpi hanno sentieri numerosi - nell'ortica morta e nei cespugli di sambuco, euforbia ed erba di San Giovanni. Al crepuscolo o più spesso all'alba la volpe si infila in qualche pollaio delle ultime case, uccide le galline e poi se la svigna, cerca di raggiungere qualche bosco pingue nella Gernminazione, Scripza o Karaborun.

La Germinazione è una valle grande. Comincia dalla Salice Grossa, attraversa la Diga Grande e prosegue fino al botro di nonno Valcio, seguendo la corrente di un piccolo fiume che attraversa lo stradone sotto il ponte e sbocca nel lago. Se vai a piedi, dal mattino al mezzogiorno riesci a traversare la valle in lunghezza. Il pendio meridionale è un bosco ininerrotto che abbonda di tiglio, faggio e frassino. Il pendio settentrionale è un pascolo con isolati boschetti di acacia, faggio, però selvaggio, e più spesso biancospino. Ci sono pochi vigneti, c'è anche un apiario, i quali svelano l'intervento e la presenza dell'uomo. Il fiumicello sottile, la cui acqua viene dalla Diga Grande e la moltitudine di sorgenti dopo di lei si versa tranquillamente tra i cannetti. Il letto del fiume è pieno di erba e radici, ma ciò non impedisce all'acqua di dare quello che può dare - umidità, succhi, vita e coraggio di vita, verde e sacramenti.

I misteri della Germinazione non sono pochi. Uno di essi è il nome. Lo zio diceva che deriva dalla terra fertile nella valle. "Tutto quello che semini, germina" - diceva lui. I cocomeri diventavano grandi come secchi, le noci come pugno maschile, mentre le uova delle tartarughe - come mele. Il vino della Germinazione otteneva il colore di miele. Mio padre, dopo aver bevuto il primo sorso del vino nuovo, soleva dire: " Un grembo diavolesco è questa valle - farà partorire anche la pietra."

Che c'era un intervento diavolesco, questo era più che sicuro, perchè nella valle giravano degli spiriti. La gente e gli spiriti si conoscevano e se per caso s'incontravano, si facevano strada. Questi erano degli spiriti nostrani: il carro galoppante incessantemente per la valle di Russa, i greggi meriggianti senza pastori, l'apiaio con maschera senza faccia, il lupo con la coda bianca, il serpente giallo del sentiero verso il lago, il quale cammina dritto sulla sua coda, ed altri spiriti, i quali non tutti conoscono.

Secondo me la gente nella Germinazione non è un mistero minore. Erano i padroni di cinque-sei vigneti, l'uomo dell'apiario e i pastori degli stazzi estivi. Loro non abitavano nella valle, il lavoro li riuniva qui. Tutti si conoscevano e spesso si fermavano a chiacchierare del tasso che attacca l'uva, di quel flagello di Dio - il merlo, del lupo con la coda bianca, del profitto e del danno del vespiere, o se c'è possibilità che si rovini la chiusa della Diga Grande per poter mangiare pesce a sazietà. Era successo una volta alla chiusa una cosa del genere, ma nessuno ha capito se ci fosse stato un guasto o ci avesse pensato qualcuno.

"Se uno pensa di valere qualcosa, non si sa, cosa pensano gli altri di lui" - questa era l'idea più filosofica nella vita di Miltara, uno dei vignaioli nella Germinazione. E lui faceva di tutto perché si capisse che non gli importava un corno di quello che pensavano di lui. Aveva una lingua maligna e un alto concetto di se stesso. Era andato una volta da Cilibonca, l'ostessa e, davanti a tutti, l'aveva chiamata puttana. E lei gli aveva dato un tale schiaffo che lui si era trovato sotto il tavolo più vicino. Un gran ridere, la gente aveva riso a crepacuore. Lui se l'era svignata come se non fosse successo niente. Forse se l’era cavata, ma non sempre ciò è possibile. Una volta aveva incontrato Dimo Kairiaka; anche la sua vigna si trova nella Germinazione, accanto alla nostra. Essa è coi fili tesi e sempre scalzata. Tornava Kairiaka dalla Diga Grande, aveva pescato. E Miltara, come era litigioso, l'aveva preso in giro, che quel giorno invernale non era adatto a pescare ma solo a bere. Veramente faceva tanto freddo che le pecore dovevano figliare a casa, se no gli agnellini sarebbero morti. Quell'episodio lo stava raccontando mio padre e per confermare che aveva fatto tanto freddo, diceva: " Se uno toccasse il ferro, esso gli si appiccherebbe alla mano, gli si staccherebbe la pelle!" Invece, Kairiaka va a pescare! E Miltara l'aveva deriso, gli aveva dato dell'imbecille, gli aveva chiesto se credesse che con quel tempo avrebbe pescato, che avrebbe solo corso dietro al vento e altre di quel genere. Kairiaka aveva aperto lo zaino, aveva tirato fuori una grande carpa e aveva chiesto: " E' pesce questo?" E senza aspettare la risposta, tenendo la carpa per la testa, aveva picchiato con la coda Miltara in faccia. Era rimasto male Miltara, ma cosa poteva dire, era lui che aveva voluto vedere il pesce. Da allora gli era rimasta una cicatrice sul viso somigliante alla coda del pesce.

Kairiaka era un uomo pericoloso, guai se uno gli cadeva fra le mani.

Anni fa s'era messo nei guai e non si capì come se l'era cavata, come s'era salvato dal tribunale. Solo anni dopo, durante una delle mie rare visite, lui mi raccontò il caso. Dall'osteria era uscito Dimitar Slatarev, aveva visto lì vicino una persona, l'aveva avvicinata e chiesto fuoco. Fuoco vuoi? - aveva detto Kairiaka, perché era proprio lui, eccoti il fuoco, che ti bruci! E tanto l'aveva picchiato che Slatarev era stato ricoverato in ospedale per un mese. Non si amavano, si evitavano, ma quella notte buia s'erano imbattuti. Slatarev aveva intentato un processo in città. Al processo Kairiaka aveva raccontato che molti anni prima Slatarev faceva il guardiano dei campi. Kairiaka era ancora ragazzino e insieme agli altri ragazzi della borgata era andato a rubare cocomeri, ma il guardiano li aveva inseguiti. E perché il più piccolo era lui, il guardiano l'aveva raggiunto e preso. Gliene diede tante che per tre giorni non aveva potuto proferir una parola. Da allora, signor Giudice, aveva detto Kairiaka, lo scopo della mia vita è la vendetta. Ho nuotato, grandi pietre ho sollevavo, ho fatto qualsiasi lavoro fisico per poter diventar più forte, per poter regolare i conti con lui, perché Slatarev pesava più di cento chili. Son venti anni che aspetto questo momento, finalmente è arrivato. E se Lei mi condanna, sconterò la condanna. In quel modo gli aveva parlato Kairiaka. Il giudice, da parte sua, aveva chiesto a Slatarev se tutto quello fosse vero e lui non aveva potuto negare, aveva detto che fosse potuta esserci una cosa del genere, ma che lui non se ne ricordava bene. E Kairiaka l'aveva passata liscia, solo con una condanna con la condizionale. Lì, dove c'è rissa, lui è il primo. Quella sera, quando ero suo ospite, rimasi sorpreso della sua proposta che andassimo ad ascoltare il canto degli usignoli. "Proprio a maggio l'usignolo canta meglio" - disse Kairiaka. Per primi arrivavano i maschi, facevano i nidi e poi attiravano le femmine. Il canto dell'usignolo è qualcosa di incomparabile, e in quella notte di primavera era divino. Allora capii che avevo anche prima ascoltato l'usignolo, ma senza badarci. Un uomo come Kairiaka mi fece capire quel canto, un uomo dall'anima indurita, come lo consideravo, mi fece distinguere il canto dell'usignolo.

Insomma, nessuno sa che tipo di persona ha davanti perché la gente è imprevedibile e diversa. Perciò Miltara avrebbe potuto anche avere diritto con quella sua filosofia nella vita, soprattutto nel senso contrario: l’uomo anche se pensa di essere un niente, può essere che gli altri pensino che sia qualcosa …

Non c'è da meravigliarsi, noi non sonosciamo bene sè stessi e per di più ci inganniamo di conoscere gli altri.

Ho in mente la Germinazione. Cammino per il bosco su sentieri conosciuti e sconosciuti e che silenzio, che luce morbida,

Sono su di corda e nello stesso tempo un po' spaventato, sto sempre all'erta, non si sa mai cosa potrebbe saltare fuori fra gli alberi. Perché fra gli alberi tutto potrebbe saltare fuori. Davanti a me, per esempio, è saltata fuori una tartaruga. Ma lei si sta muovendo a malapena, direbbe uno, come potrebbe saltare fuori? La tartaruga ha il passo pesante, se ti trovi vicino e senti dei passi come se passasse un bufalo, non sbrigarti di credere che passa un bufalo, potrebbe essere una tartaruga. La sua andatura è così, pesante. Se l'erba è alta e folta e ti riesce difficile camminare, per lei ciò non presenta nessuna difficoltà, lei fende l'erba come fosse vomero, la apre e la rispinge da parte, dietro di sé lascia una traccia come se fose passato qualche animale bisulco.

Oltre alla tartaruga, potrebbe apparirti all'improvviso anche un tasso.

I tassi sono degli animali molto strani, sembrano un po' lenti, dal collo grasso e dal corpo corto e tarchiato, dal pelo giallo-marrone e una striscia bianca attraverso la testa.. Assomiglia al cane. E' strano il fatto che anche se pare innocuo, è uno dei carnivori che s'incontrano nella Germinazione e che potrebbe aggredire anche l'uomo. E non si tratta di un assalto qualsiasi; generalmente non ti presta attenzione, ma se lo incontri in mezzo al boso o nel prato, lui non ti cede il passo, ma ti assalta, ti assalta sulla biforcazione delle gambe e cerca di mordere quello che si deve. Ho visto Kairiaka cacciarli con un semplice sacco di iuta - lo apre davanti alla biforcazione e il tasso assalendolo, vi entra dentro. Io, il tasso lo caccio con cappio. Quando l'uva comincia a maturare, viene a mangiare uva. In un'altra stagione è difficile incontrarlo. Un tasso è capace di rovinare molta uva e l'aveva fatto veramente, finché mi costrinse a mettere un cappio sul sentiero su cui veniva - attraverso il campo dl granoturco. Vado il giorno dopo di buon'ora e cosa vedo - intorno al palino, al quale avevo legato il cappio di filo robusto di rame, un'intera aia di pannocchie di granoturco rose e pestate, la terra scavata a un palmo di profondità, mentre il filo - rotto. Era scappato con il cappio al collo. Provai pietà per l'animale che soffriva, seguii le tracce, trovai la tana, ma intorno una puzza di tasso insopportabile. Al di sotto della terra si sente un gemito. Capii che c'erano dei cuccioli, mi soffermai non sapendo cosa intraprendere, ma nello stesso tempo il tasso fece vedere il suo muso screziato, aveva messo fuori la lingua, respirava pesantemente, soffocava continuamente, uscì fuori lentamente e si fermò difronte a me, guardandomi negli occhi. Vidi il cappio al suo collo, se qualcuno non glielo togleva, fino alla sera sarebbe morto. Quel qualcuno non poteva essere altro che io. Mi avvicinai senza paura, lui non ruggì nemmeno, presi il filo, sciolsi il cappio e lo estrassi, solo in quel momento mostrò i suoi denti, pensai che mi avrebbe assalito, perciò istintivamente mi protessi con le mani, il tasso, però, si ficcò nella tana e di là si sparse un guaito gioioso. Presi la via di ritorno e mi sembrava che il tasso aveva sorriso prima di nascondersi nella tana, quando aveva mostrato i denti. Ero contento di aver corretto il male che avevo causato.

Stavo tornando verso la vigna. Di fronte vidi un gregge di pecore meriggiare all'ombra delle acacie. Mi recai a chiacchierare un po' con il pastore. Faceva caldo, gli animali si erano radunati uno accanto all'altro, avevano chinato i capi e sbuffavano con i narici, mentre quelli che stavano alla fine dimenavano le code per proteggersi dalle mosche che s'infuriavano a mezzogiorno. Il pastore non si vedeva. Mi misi a sedere ad aspettarlo, pensai che forse era andato alla sorgente.

Aspettai a lungo ma non venne nessuno. Lo raccontai a mio padre e lui mi disse che nella Germinazione si vedevano spesso delle greggi senza pastori; il gregge meriggia fra le acacie oppure pascola allo sbocco verso i prati, bruca l'erba, i cani s'aggirano intorno, ci sarà anche un asino col basto, ma pastore non c'è. Il pastore veniva incantato da un grande serpente e veniva trasformato in un uccello, generalmente in vespiere; si inalzava su nel cielo e da lì sorvegliava il gregge, e gli animali, poiché sentivano la sua presenza non si spaventavano, pascolavano mansueti. Alzai la testa in su e sul serio avrei creduto che mio padre aveva ragione perché sopra il gregge saettava un vespiere variopinto e strillava: ka-tran-kush! ka-tran-kusc! che forse significava " guarda la tua strada" o qualcosa di simile. Decisi di seguire la mia strada e di non infastidire il pastore come mi avrebbe consigliato mio padre.

Io, però, un giorno conobbi il vero motivo delle greggi erranti. Me lo disse mio zio che era pastore. Lui raccontava come una volta aveva attraversato il fiume, era passato all'altra parte e, seguendo il sentiero dei serpenti, era andato a raccogliere fiore di tiglio nel bosco. Raccolto il fiore, aveva messo il sacco sulle spalle e mentre tornava per il sentiero, qualcuno gli aveva toccato la spalla. Lui si era voltato ma non c'era nessuno. Aveva prosseguito il cammino, ma di nuovo qualcuno gli aveva toccato la spalla. Si era voltato e cosa aveva visto: un serpente giallo, grosso quanto il suo braccio, che stava ritto sulla sua coda e lo guardava negli occhi così da vicino che se avesse teso la sua mano, l'avrebbe preso per il collo. Lui non aveva teso la mano essendo terrorizzato e aveva lasciato cadere il suo sacco col fiore di tiglio. Il sacco gli era caduto dietro e quel rumore aveva spaventato il serpente, il quale s'era torto due o tre volte nella vita, s'era tirato indietro ma sempre guardandolo negli occhi. Allora lo zio s'era avviato dietro di esso come ipnotizzato e l'aveva seguito mentre esso roteando intorno a sé lo portava da qualche parte. Portatolo per la scorciatoia fino al lago, in un posto segreto dove c'era una barca, il serpente era entrato nell'acqua, ma non aveva nuotato sulla superficie, come fanno le bisce, ma aveva continuato a stare ritto sulla sua coda e serpeggiando si era inoltrato nell'acqua. lo zio si era precipitato dietro di esso con la barca e in quel modo avevano attraversato il lago. All'altra riva il serpente era sparito, lo zio aveva avvicinato la riva per un sentiero d'acqua fra le canne, vi era sceso e si era trovato davanti a una donna dai capelli biondo rame e splendore grigio chiaro negli occhi. L'aveva portato nella casa vicina. E lì si era trasformata in pesce che respirava pesantemente con le branchia, scivolosa e agile e non smetteva di parlare, di incantare con delle parole dette sussurando, parole incomprensibili e lontane che lo zio sapeva che esistevano, ma non aveva mai sentito qualcuno usarle in quella maniera, parole che giocavano con la sua anima come fosse di cera. Dopo si erano seduti sulla soglia e silenziosamente avevano guardato proprio di fronte a sé le canne tristi del lago e i profili blu-neri di Karaborun.

Tutto quello non gli dava pace perché a quel tempo lui era dimagrito, non somigliava più a se stesso, era diventato nervoso e stizzoso, evitava la gente e la gente evitava lui, ma nei suoi occhi bruciavano carboni e quanto più si complicava il suo lavoro tanto i carboni s'infiammavano di più. E il lavoro si complicava perché spesso lasciava il gregge e faceva quel sentiero che portava fino alla barca, indugiava da qualche parte nel lago, mentre il gregge stava pascolando senza pastore.

Tornava la sera per portarlo nello stazzo. Dopo non molto tempo lo zio aveva avanzato una domanda per licenziarsi e un'altra per assunzione al posto di guardia del lago. La zia era rimasta sbalordita di quel fatto e con la sottigliezza femminile aveva capito che quella non era schietta farina. Aveva chiesto qua e là e aveva capito che il gregge dello zio pascolava da solo per la Germinazione. E' certo che aveva capito, le pecore si erano trasformate in segugi e inseguivano i cani per il valle. Allora lei aveva messo in allarme tutta la parentela perché salvasse lo zio dal commettere un passo sbagliato. Lui, però, si era dimostrato testa dura, deciso a tutto. Non era diventato guardia del lago, non aveva nemmeno rinunciato a quella donna-pesce, ma aveva continuato a frequentarla. Così aveva trascorso un'estate ardente che mancava poco a incenerirlo.

Aveva cominciato a far freddo. Lo zio aveva riportato il gregge negli ovili, era rincasato anche lui. Non si sa cosa aveva fatto la zia quell'inverno, ma di sicuro non era rimasta con le mani in mano. Aveva portato un abito dello zio alla strega Nikula per esorcizzare i demoni. L'esperta in queste cose, Nikula, aveva ordinato alcune cose e aveva detto alla zia di cogliere lo zio nel sonno e legargli un filo rosso all'orecchio. La zia aveva fatto tutto quanto di nascosto, lo zio non si era accorto di niente e aveva passato l'intero inverno col filo rosso all'orecchio.

A maggio era andato di nuovo agli stazzi. Non aveva aspettato che il serpente giallo lo picchiasse sulla spalla e gli chiedesse dove fosse stato d'inverno; aveva deciso da solo di dare una capatina alla donna-pesce, che, come si era saputo, era vedova. Ma mentre stava preparando il gregge per meriggiare aveva visto un altro gregge, un altro pastore, invece, non si vedeva. S'era incamminato per il sentiero del serpente e aveva visto che era coperto di erba, ma battuto. Era andato nel posto segreto in riva al lago, la barca non c'era, erano visibili soltanto le tracce della barca appena partita - macchie torbide sull'acqua e cerchi concentrici che le canne attutivano. Un peliccano aveva gridato in modo sinistro.

Da quel momento in poi lo zio ha pascolato tranquillamente il gregge per la Germinazione, mentre la zia sorrideva se si rammentava del filo rosso al suo orecchio.

Da allora sono i greggi senza pastore. Pascolano ma i lupi non li assalgono. E di lupi nella Germinazione c'erano. E si sapeva che il loro covo era nel borto del nonno Valcio. Un anno, di buon ora stavamo andando verso la vigna. I cavalli erano agitati, filavano continuamente con gli orecchi, li piegavano indietro e sbuffavano. Mio padre si chiedeva cosa stesse succedendo con quelle bestie ed era pronto a irritarsi quando loro ad un tratto si fermarono. Noi rimanemmo irrigiditi sul sedile perché dalla svolta apparirono cinque o sei lupi che si fermarono lo stesso e ci fissarono sedendosi sulle code. Ci guardammo così per un certo tempo che a me parve troppo lungo, dopo di che il più grosso, ovviamente il capo, una bestia grigio-rossastra con la coda bianca, ringhiò agli altri, loro s'avviarono dietro di lui e attraversarono tranquilli la strada, senza staccare lo sguardo da noi. Dopo mio padre mi disse che se ci fossimo mossi, ci avrebbero assaliti. Ma noi non ci muovemmo, in un caso simile è impossibile muoverti - in una simile situazione il tuo pensiero gela. Fecero bene i cavalli a non spaventarsi.

Mi torna in mente un altro caso nella Germinazione: con il carro volante. Fra il botro del nonno Valcio e la Diga Grande c'era un prato esposto al sole, trasformato in apiario. Penso che da che mondo è mondo è sempre un apiario. C'era anche una piccola casetta. L'apiaio che tutti chiamavano Sciomolceto, non toglieva quasi mai la maschera di rete dalla testa, vi trascorreva l'estate con la moglie che una volta la settimana andava in carrozza al villaggio. Si chiamava Russa, era di carnagione olivastra, dagli occhi neri e capelli corvini. Una volta era andata per fornire del cibo e non era tornata più. Sciomolceto l'aveva aspettata a lungo, poi era andato a cercarla senza togliersi la maschera. L'aveva cercata tutta la notte, tre volte andava fino al villaggio e poi tornava. Lei non c'era da nessuna parte. Il giorno dopo uno dei pastori, andando verso la diga, aveva sentito un nitrito e aveva visto la carrozza che era rovesciata nel cespuglio vicino al muro di sostegno e lì accanto il cavallo muoveva nervosamente la testa. Era corso e aveva visto Russa giacere bocconi, un pezzo di legno si era ficcato nel suo dorso. Aveva chiamato altri pastori. Avevano sollevato la carrozza, l'avevano alzata ed era come se il cavallo avesse aspettato proprio quello - aveva cominciato a galoppare per le strade battute della Germinazione senza fermarsi, qualcosa gli era successo. Avevano provato invano a fermarlo, era impossibile. Sciomolceto, invece, non aveva fatto niente perché era sicuro che il cavallo era impazzito perché sapeva la causa della morte di Russa.

Così, la carrozza senza Russa gira per la Germinazione, ognuno riconosce il suono del vento nei redini e nessuno si stupisce che il vetturino manca. Il cavallo si ferma ogni tanto per un po' alla Diga Grande, agita la testa, da' un'occhiata triste e di nuono comincia a galoppare. Sciomolceto, appena sentito il canto e lo schioccare dei redini, si toglie la maschera e si pulisce gli occhi, dopo di che continua ad affumicare gli alveari con letame. Si diceva che le sue api diventavano sempre mansuete e sempre più addomesticate - come lui stesso. Una persona più addomesticata di Sciomolceto nella Germinazione non c'era. Si sciolse lui come un favo di cera al sole, si rimpicciolì così che si trasformò in bambino. Qualcuno disse di aver visto Sciomolceto senza la maschera, si asciugava gli occhi, però gli occhi non c'erano, non c'era neanche la faccia, era rimasta solo la maschera. Tanto era diventato piccolo che non sarebbe stata una meraviglia se fosse colato attraverso la rete della maschera in qualcuno dei suoi alveari.

Così nella Germinazione rimase quella maschera spettrale che girava lesta per l'apiario, affumicava gli alveari quando era necessario, metteva i favi, faceva il necessario per le api e ripeteva il gesto di Sciomolceto di pulirsi gli occhi se sentiva il canto e lo schioccare dei redini della carrozza volante nella direzione del serbatoio d'acqua. Di Russa dicevano che sulla strada sopra la diga del serbatoio il cavallo si era spaventato da un lupo dalla coda bianca e aveva rovesciato la carrozza. Dopo sentii altri a chiedere cosa stesse facendo la donna sulla diga se la sua strada non era quella. Terzi forse ne sapevano qualcosa ma stavano zitti. Non era passato più di un anno e mezzo dalla sua morte ed il caso venne sciolto. Miltara stava attingendo acqua dal pozzo e appena si era chinato a bere dal secchio, e via, dietro alle sue spalle era passata in un baleno la carrozza volante; lui aveva lasciato cadere il secchio pesante, il legno l'aveva picchiato alla testa ed era caduto nel pozzo. L'avevano trovato per caso. Allora si sentì che Russa andava alla sua vigna e che nel giorno della disgrazia con la carrozza ci era andata lo stesso, ma Miltara aveva mandato indietro il cavallo, mentre a lei non aveva permesso di scendere. Così, con il chiarimento di quel rapporto tutto andò al suo posto. Da quel momento in poi nessuno andava al pozzo di Miltara tranne il cavallo fantasma di Russa.

La Germinazione è qualcosa che è sempre presente in te, che ti domina e non ti permette di dimenticare, una cosa che ti chiama sempre, alla quale dai ascolto con la speranza di sentire qualcosa. Adesso, per esempio, se tendo l'orecchio, percepisco il rumore dell'acqua. Dell'acqua liberata. Capisco quelo che mi dice; non ci ho mai fatto caso prima d’ora di capire la lingua dell’acqua.

Una volta era caduta molta pioggia torrenziale, la chiusa della diga si era guastata. L'acqua era scolata, ne era rimasto un palmo. La Germinazione fu sommersa dall'acqua. Allora annegò il gregge dello zio, ma no fu trovata nemmeno una pecora annegata; in compenso c’era pesce in abbndanza. Il gregge si era trasformato in un branco di lasche dagli occhi grigi e miti. Il pesce si mise a pascolare per il bosco che diventò rosso, mentre il lupo, il serpente e tutti gli altri animali si ritirarono in alto e di là guardavano sbalorditi come la gente con delle reti, canestre, secchie abiti pescava del pesce. La gente allora raccolse molto pesce, della lasca. Pescarono quello che poterono, il rimanente andò nel lago che pure diventò rosso. Quell'anno il lago era straordinariamente rosso e pieno più che mai. Nella Germinazione Kairiaka aveva scoperto in un piccolo tonfano nel fiume una lasca di dieci chili, che aveva ucciso con il suo bastone e quando l'aveva messa sul basto, la sua coda si trascinava per terra. Ma Kairiaka è molto avido, non è una persona che potrebbe dire "basta" ed esserne contento, lui aveva portato la lasca a casa, aveva preso la rete e insieme a suo fratello Petrika era andato di nuovo a pescare. Eran entrati nell'acqua e s'erano messi a tirare la rete. Ma nella rete non entrava niente. C'era una melma profonda, fin sopra il ginocchio, ecco perché loro si muovevano lentamente, non potevano reagire velocemente, perché quando si sente picchiare nella rete, essa si deve sollevare subito, se no, il pesce riesce a svignarsela. Intorno a loro brulicava di pesce, mentre nella rete niente. E tirando la rete, Petrika aveva capito che l'altra estremità rimaneva indietro, ma siccome era buio non ci vedeva. L'aveva chiamato sommessamente, ma Kairiaka non aveva risposto. S'era impaurito, come mai suo fratello non c'era. Tastoni s'era avvicinato all'altra estremità della rete, e cosa ci vede, il palo che stava ritto, mentre Kairiaka non c'era. Soltanto il sughero della rete dondolava sinistro. Aveva afferrato il palo e lo tirava e nello stesso tempo aveva sentito che qualcuno stava tirando il palo dalle sue mani. Ci aveva messo tutte le sue forze e alla fine aveva tirato fuori suo fratello, ma dovette schiaffeggiarlo per farlo riprendere i sensi. Poi aveva capito che era sprofondato in una fossa piena di melma e mentre stava per gridare la melma l'aveva inghiottito. Dalla melma, dal pesce o dalla tensione - non lo so di preciso, ma la pelle di Kairiaka era diventata rossa, come se lui fosse fatto di terracotta. Di lì nacque il suo soprannome - il Caloroso Kairiak, perché era come arroventato.

La stessa sera nella Germinazione brulicava dovunque di pesce rosso, fantasmi e gente, lungo il fiume i salici barbuti sghignazzavano tutta la notte perché nella melma e nei cespugli scattavano innumerevoli trappole e cacciavano fantasmi e pescatori, pescatori e fantasmi, senza distinzione. S'erano salvati solo la carrozza volante, però senza Russa, la maschera immateriale per le api e le greggi senza pastori, non contando quello di mio zio.

Forse le trappole scattano tutt'oggi, ma non credo che ci sia qualcuno che ci caschi. Perché è successo che sia la gente che i fantasmi sono diventati più astuti; poi non si sa se esistano ancora o forse son rimaste le ombre dense dei fantasmi e la coda della loro malinconia incorporea.

Andando in bicicletta e ascoltando il tintinnio dei parafanghi sulla strada non uniforme, d’un tratto sento che i raggi girano indietro. Ed eccomi già arrivato nella Germinazione. Non so se sia autosuggestione, ma mi è parso di sentire il canto del vento nei redini tesi della carrozza volante. Scruto in avanti l'aria lattea; un rada nebbiolina si stende tutt’intorno a rotoli. Nella nebbia vedo i redini e tutto l'equipaggia mento del cavallo allontanarsi velocemente verso la Diga grande e confondersi con l'orizzonte, e ad un tratto capisco che non c'era né cavallo né carrozza anche se mi pareva che ci fossero. Miraggio, nient'altro. Passo lungo la verde cinta di acacie vecchie e mi fermo. Qualcosa riluce come argento nell'erba. Mi avvicino e vedo la logora camicia gialla di un serpente. Cerco di prenderla in mano, ma essa, secca come tagliatelle riscaldate al sole, diventa polvere al tocco delle dita. Eccola la Diga Grande. Ora è completamente piena, l'acqua e come addormentata, intorno è deserto e di un verde triste, nessun bracconiere si vede. Invece la strada è la stessa, solo che adesso c'è l'erba e le carreggiate non si vedono. Da tutte le parti fluisce la stessa malinconia sonnifera. Le canne del fiumicino ondeggiano, un fischio tenero e triste raggiunge il mio udito come se il vento stesse soffiando gli steli secchi della canna.

Dietro la curva sono le vigne, l'apiario ed il sentiero dei serpenti su cui mio zio andava e tornava con il suo segreto d'argento. Tanto più mi avvicinavo tanto più forte batteva il cuore. Feci la strada e ... Ero giunto davanti a un recinto di filo, teso sui pali di cemento. La strada finiva davanti alle due ali di un cancello su cui c'era un enorme cartello

"Riserva. Ingresso vietato."

Di lato pendeva una rozza tavoletta di legno con una scrita sbrigativa "fattoria di fagiani" fatta a caratteri sgraziati; era ommessa una "a" in mezzo.

Da qui si vedeva un fabbricato rosso di mattoni con delle tettoie.

Chiamai, poco dopo uscì un uomo in divisa di guardia forestale. Mi avvicinò, salutò e chiese " cosa stavo cercando lì" ma io non sapevo "cosa stavo cercando". Allora lui disse: "Qui si entra solo con permesso!"

L'uomo si aggiustò il cappello di guardia forestale ed io, non avendo il permesso, mi grattai un po' alla nuca, montai in bicicletta e cominciai a pedalare sulla strada di ritorno. Prima di raggiungere la curva, mi fermai come se avessi dimenticato qualcosa. Mi voltai indietro e cercai con lo sguardo l'apiario. Gli alveari blu e la casetta bianca non c'erano. Sullo stesso prato che anch'esso era rimasto dietro la rete alta di filo spinato, si vedeva solo una grande pietra bianca. Su di essa c'era un punto luccicante che rifletteva il sole. Fissai attentamente quel punto e rimasi così a lungo.

Sulla pietra luccivava una piccola goccia di miele.

 

 

© Dimitar Atanasov
© Nelly Yordanova, traduzione dall`italiano
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© E-magazine LiterNet, 21.04.2006, № 4 (77)